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Unioni Civili e Diritti LGTBI a Trieste

Unioni Civili e Comune di Trieste – Il Piccolo 21.08.2016


Non contenti dell’abolizione del gioco del rispetto, mossa che ha catapultato Trieste sulle cronache internazionali (leggi The Guardian, la BBC, ecc.), l’ultima raffica di modernità della nuova giunta comunale è l’idea di celebrare le unioni civili nell’apposita sala divorzi, modo sicuramente “sui generis” per augurare alla coppia “ogni bene”. I sostenitori del fatto che le unioni civili non possono essere celebrate nella stessa sede di piazza Unità dove si tengono i matrimoni, sostenitori evidentemente restii all’idea di uscire da una mentalità etero-normata che è ad oggi incarnata in legge, considerano le unioni civili un“minusquam”. In effetti il legislatore non ha aiutato troppo a pensarla diversamente e la normativa presenta un palese carattere discriminatorio: già il gap nominale – tra matrimonio e unione civile – crea difficoltà alle persone Lgtbi nell’autopercepirsi come uguali agli altri.
Nelle unioni civili manca l’obbligo di fedeltà tra gli uniti civilmente, manca il dovere di collaborazione nell’interesse della famiglia, manca il diritto adadottare il figlio minore del partner, situazioni giuridiche riconosciute per i coniugi eterosessuali. Quello che poi balza all’occhio è che il divorzio è immediato, cioè non è previsto il necessario periodo di separazione per porre fine all’unione, e le “scintille” finiscono senza neppure lo spauracchio
dell’”addebito”.
L’omosessualità è evidentemente ancora “contro natura”, perchè ciò è scritto in un libro in cui i serpenti parlano, in cui qualcuno cammina sulle acque e altri invece ricorrono senza troppi drammi alla maternità surrogata, alias utero in affitto, con donatrice neppure troppo consenziente.
Se la sala matrimoni in piazza Unità non è usufruibile, non resta che mettere le mani al portafoglio e optare per la sala di Villa Revoltella o del Museo Sartorio, se disponibile, con costi che variano da 342 a circa 500euro; peccato che in Comune non sanno ancora se rendere o meno tali sale “gay-friendly”.
Giovanna Augusta de’Manzano

 
versione cartacea

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